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La difficoltà di essere madri nel mondo del lavoro

Venerdì 12 Marzo 2010 - 11:55

È difficile parlare di parità tra uomo e donna in un momento come questo. Quando alla televisione sentiamo dire che, negli ambienti di potere, «la donna è il regalo più ambito da chi sta ai vertici» (Fabrizio Corona ad "Annozero"). Quando dobbiamo ammettere che, in politica, le uniche quote rosa che hanno funzionato sono quelle stabilite da Berlusconi. Quando, a ben vedere, ci accorgiamo che il silicone sta diventando il chador democraticamente consigliato alle donne occidentali.

È difficile, eppure sarebbe superficiale pensare che in questi anni non sia successo niente. Significherebbe negare la complessità della società moderna, una delle poche certezze di questa travagliata epoca. Non esiste "una" condizione della donna, esistono tante condizioni: la differenza con il passato è che oggi possono scegliere quale strada imboccare nella propria vita e quali strategie adottare nell'eterna partita a scacchi con l'uomo. In questa partita, è vero, il maschio possiede ancora la forza delle torri e degli alfieri. Ricordiamoci però che sulla scacchiera la regina è dotata di flessibilità, unica a muoversi in ogni direzione, mentre il re, alla fine dei conti, pur essendo la pedina decisiva, è quasi immobile.

E non è forse quello che è accaduto nell'ultimo secolo? L'uomo si è arroccato nella sua fortezza, potente certo, ma sempre uguale a sé stesso, obbidiente a codici che per il maschio sembrano immutabili: l'affermazione, l'esibizione, la conquista, il denaro, il sesso. E se questa fortezza è ancora poco accessibile alle donne - ma davvero vi ambiscono? - è altrettanto vero che al genere femminile, in questi anni, è stata concessa o si è conquistata una libertà culturale enormemente più grande. La donna moderna si declina in mille modi, l'uomo no. Oggi lei si occupa anche di affari, lui non riesce a prendere le misure con quello che la società moderna gli chiede. A partire della capacità di accudire i figli.

Per la donna una conquista e una condanna. In un'intervista di questi giorni Veronique Ovaldè, giovane scrittrice francese di successo, spiega con grande lucidità questa nuova realtà della condizione femminile: «Penso che l'essere donna oggi significhi comunque essere in preda alle contraddizioni: vorremmo essere contemporaneamente mamme perfette, donne realizzate, compagne premurose». E aggiunge: «La società moderna ci tiene sotto pressione, sempre. Una volta dissi al mio ex-marito: "Non riesco a essere Sharon Stone, Simone De Beauvoir e tua madre allo stesso tempo"».

Le battaglie femministe di un tempo dunque non hanno più ragione d'essere? Forse sì, almeno per le donne che hanno la forza di scegliere con consapevolezza. Se dovessimo però indicare ancora un obiettivo per il riscatto definitivo della donna nella ricorrenza dell'8 marzo, senza ombra di dubbio indicheremmo la difficoltà di essere madri nel mondo del lavoro. Una recente indagine afferma che in Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità. Più che in qualsiasi altro Paese europeo. Questa è la battaglia ancora da vincere per il genere femminile nel nostro Paese. In mancanza di un supporto concreto sul piano dei servizi e delle tutele, le donne con figli sul posto di lavoro sono perdenti. Gli uomini non esitano ad approfittarne e non è giusto.

Essere in missione per conto di Dio è un grande privilegio, ma non è un buon motivo farlo diventare una condanna.

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Paola Molino