Mazzette in cambio di consulenze. Un sistema che aveva trasformato la Procura di Pinerolo in un'oliatissima macchina per far soldi. Una gallina che per anni (a detta degli inquirenti almeno dal '97) ha prodotto uova d'oro, ai danni dell'Erario. Cioè di tutti noi.
Semplice il sistema: l'ex-procuratore Giuseppe Marabotto affidava a professionisti di fiducia (una cerchia ristretta e tutta torinese) l'incarico di verificare i bilanci delle ditte locali: 375 dal 2002 al 2005. Nessuna notizia di reato: i nomi venivano presi a caso, dalla Pagine gialle.
L'importante era affidare consulenze fiscali, tutte collegiali, tutte fatte in serie. «Autentiche schifezze», le aveva definite senza mezzi termini un capitano della Guardia di finanza, che non sarebbero mai servite a recuperare un soldo di evasione, perché si limitavano a fornire dati che «qualsiasi appuntato sarebbe stato in grado di procurarsi». Gratis.
Ma quella mole di perizie un obiettivo ce l'aveva: liquidare compensi stratosferici (indicativamente oltre gli 11 milioni di euro) a commercialisti compiacenti, alcuni pure senza alcun titolo professionale.
Liquidati i lauti onorari, ciascuno di loro monetizzava il 30 per cento. Metteva i soldi in una busta che poi finiva nelle mani di Riccardo Saliceti, ex-funzionario dell'Agenzia delle Entrate di Torino, che la portava a Dario Vizzotto, medico e amico di Marabotto, che poi le spartiva con l'ex-procuratore.
Venerdì scorso, 13 febbraio, sono finiti in galera in quattro: oltre a Marabotto e Vizzotto, pure Ruggero Ragazzoni e Mario Emanuele Florio, commercialisti di grande nome, considerati dalla Procura milanese figure di riferimento, anche quando si trattava di riscuotere la tangente (pardon, la quota per le "spese d'ufficio", come veniva chiamata).
Lunedì l'ex-procuratore ha confessato, anche se dice che la sua fetta era solo il 10 per cento e non il 15. Dettagli, in un quadro di malaffare di impressionante squallore.