Riorganizzazione scolastica sulla pelle degli studenti
Gli ultimi provvedimenti legislativi stanno prefigurando una vera e propria rivoluzione dell’organizzazione scolastica per il prossimo anno e per quelli a venire. L’impatto mediatico più grande lo sta avendo il decreto legge 111 del 15 luglio che prevede l’aggregazione in Istituti comprensivi delle ancora presenti Direzioni didattiche e scuole secondarie di 1º grado. La soglia minima, raddoppiata rispetto alla precedente, di 1.000 allievi (ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei Comuni montani e nelle aree con specificità linguistiche) per il mantenimento dell’autonomia degli Istituti comprensivi; il divieto di assegnare alle scuole dell’obbligo o superiori con meno di 500 alunni (ridotti fino a 300 per le istituzioni sopra citate) dei dirigenti scolastici di ruolo, conferendo le stesse in reggenza permanente solo a dirigenti di ruolo titolari (e già impegnati) in altre istituzioni autonome (con prevedibile spinta, da parte di quelle stesse scuole, genitori o Comuni, ad aggregarsi ad altre maggiori). C'è poi la riduzione degli esoneri e semi esoneri dall’insegnamento per i docenti vicari dei dirigenti; il mantenimento degli organici, dal 2012/13, al livello determinato per il 2011/12.
Tutto questo quando le scuole dovranno altresì affrontare a settembre l’ultima annualità della riduzione triennale d’organici, con punte, ad esempio, fino al 50 per cento esatto di riduzione, per tipologia, del personale non docente oltre alle note difficoltà finanziarie per il personale supplente ed il funzionamento organizzativo e didattico, accompagnate dalle pari carenze finanziarie degli enti locali riguardo le competenze sulle scuole.
Quest’anno è stato anche il primo di riforma per la scuola secondaria superiore, con difficoltà d’orientamento delle famiglie e d’offerta formativa per i singoli istituti. Anche il sistema universitario ha avviato la sua riforma.
Tutte queste iniziative legislative non rendono però meno preoccupata, negli amministratori locali, negli operatori scolastici e nelle famiglie, l’attesa sulla scuola che ci sarà a settembre e nei prossimi anni, specie nella situazione, da una parte, di costante riduzione di risorse pubbliche ad essa dedicabili e, dall’altra, di necessaria riformulazione del ruolo che la scuola stessa dovrebbe svolgere.
La crescita esponenziale della conoscenza fa venir meno la metafora del contenitore, ovvero l’idea che i saperi acquisiti dai singoli, e dall’umanità nel suo complesso, possano essere accumulati all’interno di un qualche archivio mentale o fisico, personale o collettivo. Questa conoscenza è invece assimilabile ad un processo di costruzione continuo che richiede come obiettivo scolastico e sociale non solo la capacità di accumulare le informazioni e le conoscenze stesse ma quella di selezionarle, esercitando delle facoltà preziose. Ad esempio la capacità di affrontare criticamente un argomento o sviluppando l’interesse a conoscere delle società e dei sistemi di valori diversi dai nostri, creando così la base culturale per comprendere cosa ci circonda, chi e cosa ne rappresenta i valori e come rapportarsi con gli altri. Il mondo della conoscenza non dovrebbe più dividersi solo tra generalisti e specialisti ma potrebbe favorire la comparsa dei versatilisti, delle persone che siano in grado di applicare le proprie conoscenze, abilità e competenze approfondite ad una gamma sempre più vasta di situazioni.
Da noi, invece, come molto più prosaicamente emerge da uno studio dell’agenzia Eurydice della Commissione europea, ancora il 21 per cento dei quindicenni incontra difficoltà a leggere ovvero a comprendere il significato di un testo scritto, con esposizione ai rischi di esclusione sociale e nella ricerca di un lavoro.
Di fronte a tali compiti che dovrebbero esaltare il ruolo della scuola, si prospetta invece un contesto di riduzione costante di risorse umane e finanziarie e di possibile offuscamento della sua organizzazione e della sua consapevolezza formativa ove il maggiore rischio che la scuola potrebbe correre sarebbe quello di divenire progressivamente e di fatto procedurale, ovvero legale nelle azioni e nelle risorse ma insufficiente o solo autoreferenziale nelle motivazioni e negli esiti formativi.
È un pericolo tanto invisibile quanto reale, i cui esiti finali finirebbero comunque sulla pelle degli alunni. Quest’ultima dovrebbe preoccupare qualsiasi sistema scolastico e formativo ed i rispettivi legislatori, finanziatori ed operatori pro tempore in quanto è pur sempre la pelle dei figli degli altri.
Nicola Rossetto











